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  febbraio 2011                                          
                                               
 

Fabio Volo,  Il giorno in più, Mondadori, Milano 2007 pp. 310

A cura di Annalisa D’Agostino

«Forse uno dei miei problemi è che non chiedo niente a nessuno, ma ho bisogno di tutti. Ho cercato sempre di non deludere gli altri, di non essere un peso o una preoccupazione. Sono cresciuto misurandomi con le aspettative di mia madre» (p.50).

«Sentimentalmente sono sempre stato un uomo difettato. Nel lavoro ho trovato il mio rifugio… ho sempre avuto la convinzione di possedere l’assoluto controllo della mia vita e dei miei sentimenti, e così ho sempre pensato che l’avrei vissuta» (p.18).

Ne Il giorno in più Fabio Volo ci mette spalle al muro con la realtà di noi trentenni, figli non abbastanza cresciuti da poter prendere decisioni importanti e giovani in balia degli eventi, bisognosi di aiuto e di comprensione.

Giacomo è stato abbandonato dal padre, è cresciuto con una madre molto protettiva, soffocante, «dal giorno in cui mio padre se ne è andato la mia vita è cambiata… soprattutto ero diventato l’unica storia d’amore importante per mia madre» (p.56). La sua infanzia influenzerà anche il suo rapporto con le donne, facendogli collezionare relazioni destinate a finire, perché ha paura di impegnarsi e di non poter tornare più indietro, «negli anni, soprattutto con le donne, ti sei costruito un muro. Io lo vedo…il problema è che poi, a forza di costruirlo, sei diventato tu stesso il muro. Un muro che si può percorrere, ma non oltrepassare» (p.50). Qualcosa, però, rompe la sua routine: l’incontro in tram con una ragazza, che diventerà il motivo per alzarsi la mattina e per andare felice a lavoro, pur accontentandosi soltanto di guardarla. Sarà Michela, questo il nome della ragazza, ad invitarlo al bar e a confidargli che si sarebbe trasferita a New York. Per Giacomo sarà un duro colpo, le sue giornate saranno scandite dal ricordo di quella donna misteriosa che gli faceva battere il cuore, che lo rendeva felice solamente regalandogli un sorriso. In effetti qualcosa stava cambiando in Giacomo, lo capirà bene Silvia, la sua miglior amica, madre di una bambina avuta da un uomo che non ama più, e sarà proprio lei a convincerlo a partire, a non perder tempo, a seguire il battito delle emozioni, a dar voce al suo cuore. E così, Giacomo parte, corre verso l’amore, anzi verso l’idea dell’amore, perché ancora non sa che anche Michela lo osservava, lo scopre  quando gli consegnerà il suo quaderno-diario, al quale aveva affidato i più intimi pensieri. Insieme passeranno nove giorni indimenticabili, con la convinzione che ognuno sarà libero di fare ciò che più sente per l’altro, senza paura delle conseguenze, delle aspettative, perché entrambi sono alla ricerca della libertà e di un amore che rende liberi. L’idillio viene interrotto dalla notizia del peggioramento delle condizioni di salute della nonna di Giacomo, che, quindi, parte con un giorno di anticipo. Riesce a salutare per l’ultima volta la nonna, alla quale era legato da un amore profondo, era stata la persona più importante della sua vita, e che ora gli dava l’occasione per riavvicinarsi alla madre e poterle spiegare che «avevi così paura di non farmi mancare niente che alla fine mi è mancata l’aria e soprattutto la possibilità di sbagliare» (p.279). Trascorsi due mesi dalla partenza da New York, Giacomo comprende che l’unica cosa che gli mancava era quel giorno in più che non aveva potuto vivere con Michela, decide perciò di ripartire. Questa volta i nostri “eroi” si scambieranno una promessa…

Romanzo tenero, lineare, ma riflessivo, sembra darci un’opportunità: riflettere sul destino e sui suoi segnali; c’è bisogno talora di frenare, di non permettere al tempo di procedere inesorabile senza che ce ne rendiamo conto. Come il protagonista, tutti ci siamo fermati a meditare sulle occasioni perse, su quello che avevamo potuto fare e/o non fare. «Io avrei voluto essere più uomo con lei. Avrei voluto essere quell’abbraccio in cui desiderava perdersi…avrei voluto essere più…più di tutto…essere una cosa bella per lei, un bel pensiero, una buona parola, un buon attimo di silenzio» (p.211).

 Bisognerebbe cercare di non vivere di rimorsi, perché gli eventi non tornano, la storia la costruiamo noi, in quanto attori in questo “caos”. Dovremmo essere più eroi, più coraggiosi, dovremmo osare, invece noi trentenni abbiamo paura, siamo diffidenti verso l’altro e verso l’amore, siamo figli purtroppo dei nostri tempi, frenetici e incerti.