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  aprile 2011                                          
                                               
 

Clara Sànchez, Il profumo delle foglie di limone Garzanti, Milano 2010, pp.360.

a cura di Annalisa D’Agostino

«Le storie non finiscono finché non abbiamo chiuso tutti i conti, finché non ci abbiamo messo un punto con la testa o con il cuore». (p.334)

«Il grande amore esiste solo nella mia testa, come il cielo, l’inferno, il paradiso, la terra promessa, Atlantide e tutte quelle cose che non vediamo e che fin dall’inizio sappiamo che non vedremo mai.» (p.12)

«Quando il corpo non ha più niente da dare non restano che il potere della mente e l’immaginazione per rivederci nei momenti migliori della nostra vita» (p.343).

Il profumo delle foglie di limone è stato un caso editoriale. Appena pubblicato, infatti, è balzato in testa alle classifiche spagnole, tanto da far registrare due edizioni in due giorni.

Il romanzo è ambientato in Spagna, in Costa Blanca. Due storie si incrociano, quella di Sandra, trentenne in crisi, incinta e forse non innamorata del padre del suo bambino, e quella di Juliàn, un vecchio signore ebreo, che si mette alla ricerca dei suoi aguzzini, ufficiali dell’SS.

Il motore della storia girerà intorno a Sandra, la quale fragile delle sue insicurezze, troverà in Fredrik e Karin un’ancora di salvezza, l’amore, il calore e la comprensione di una famiglia. I due anziani coniugi la accoglieranno nella loro casa, tanto grande ma tanto misteriosa ed arcana, la introdurranno nella loro cerchia di amici, con i quali sembravano avere un rapporto esclusivo, che Sandra capirà col tempo, ma soprattutto con l’aiuto di Juliàn. « Il fatto che anche i mostri sapessero amare era davvero sconcertante: se sapevano cos’era l’amore allora dovevano sapere anche che cos’era la sofferenza» (p.240).

A Juliàn era stata lasciata una grande eredità da Salva, suo amico e compagno nel campo di concentramento di Mauthausen, ovvero andare alla ricerca di quei criminali nazisti, che gli avevano tolto la dignità di essere uomo e fare in modo che pagassero per il male commesso. «Non sopportavo l’idea che una realtà meravigliosa come la vita, con il suo sole, i suoi alberi e le sue canzoni, fosse qualcosa di terrorizzante. Ma non volevo che mi uccidesse la sua follia. Così un giorno… mi tagliai le vene … e Salva mi salvò» (p.185).

I giorni scorrono felici per Sandra, non soffre più di solitudine, è tranquilla per la sua gravidanza, sa di poter contare su quella coppia di anziani, che si sono dimostrati gentili e generosi verso di lei. «Vederli fare del bene metteva paura. Agivano come se non fossero mai stati davvero coscienti di aver fatto del male» (p.34). La sua serenità sarà minata da una terribile rivelazione, Fredik e Karin erano gli artefici dello sterminio di molti innocenti, si erano macchiati di un crimine terribile, che non avevano mai pagato, ed in seguito si erano rifugiati in Spagna, dove avevano creato una comunità di vecchi nazisti, uniti dagli stessi ideali. «Anche se si trattava di un ufficiale pluridecorato delle SS, di un maestro nel fuggire di paese in paese, nel cambiare case e città, non poteva sfuggire alla vecchiaia. E la vecchiaia è fatta di abitudini, senza le quali non potrebbe neppure esistere.» (p.26).

Sandra si rende presto conto che c’è un reale pericolo per sé e per il suo bambino e decide di aiutare Juliàn. Certo, la soluzione più semplice sarebbe stata quella di scappare, tornare a casa, riallacciare la sua vecchia relazione con il padre del bambino, ma si sentiva, ormai, legata a quel mondo, voleva contribuire a rendere giustizia alla storia, voleva che il male non fosse giustificato né dimenticato, «…ero entrata nella casa del male, avevo provato il male come si prova la malattia o la miseria, tutto quello che ti fa stare in un mondo a parte, e questa non è una cosa che si dimentica» (p.347). Juliàn e Sandra avviano così un rapporto segreto, di incontri nascosti, che servivano a raccogliere più informazioni possibili sulle abitudini dei tedeschi, sulle loro riunioni, sul loro stile di vita, sulla loro confraternita. «Eravamo la razza peggiore di schiavi, la mia vita era la mia. Certo, non era una buona vita, non era una vita decente né degna di essere vissuta, però era la mia, nessuno poteva viverla al posto mio» (p.185).

La storia si complicherà verso la fine, in un avvicendarsi intricato di situazioni difficili che metteranno a dura prova i due protagonisti, che comunque torneranno alla loro realtà, carichi di esperienza, di valori, consapevoli che «il male non sa cosa sia il male finché qualcuno non gli strappa la maschera del bene» (p.117) e soprattutto «non lasciarti suggestionare dal male. La grande specialità del male è farti credere che ha più potere del bene» (p.299).

Romanzo affascinante, accattivante, perché coraggioso, eroico, in cui vincono i sentimenti dell’amore, del coraggio, dell’amicizia, dell’altruismo, «quando sei solo è tutto più difficile, ti limiti a ciò che puoi fare da solo, ma se hai l’appoggio degli altri, di molti altri, ciò che prima era impossibile diventa possibile. Il gruppo dà potere; la cosa difficile è trovare un gruppo disposto ad accettarti e a proteggerti» (pp.188-189).

Mi sono accostata a questo libro con molta discrezione, con rispetto per la storia e per le vittime innocenti; nella vita c’è sempre il momento del riscatto, del fare i conti con le proprie azioni. I  sensi di colpa, a un certo punto, prenderanno il sopravvento, quindi la cosa giusta è provarci e seguire il  proprio cuore.

Grazie a chi mi ha permesso di leggere questo romanzo, donatomi in un momento particolare che lo ha reso speciale, perché la vita è fatta di particolari, sta a noi coglierli e renderli speciali. «Quando gli anni passeranno e ti renderai conto delle cose davvero importanti ti pentirai. Le cose importanti sono quelle che poi ti rimangono involontariamente in testa» (p. 244).

 «Forse avrei dovuto smettere di preoccuparmi del fatto che la vita non avesse senso. Ci sono persone che se ne rendono conto molto in fretta e programmano tutto sulla breve distanza, altre ci mettono di più e per un po’ vivono in un’illusione, come me» (p.328)