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  ottobre 2010                                          
                                               
 

Generazione Q

di Alessandro Turchi

Il leggendario columnist del New York Times, Thomas Friedman li ha definiti «Generazione Q», cioè «quieta». Sono quei ragazzi e quelle ragazze cresciuti in questa società e che hanno una caratteristica peculiare rispetto a chi non è più giovane:  non possono fare confronti con un passato che non hanno vissuto e spesso non hanno la capacità di indignarsi. Non riescono ad indignarsi davanti alle storture di un mondo che non li prende proprio in considerazione. Non riescono a provare repulsione davanti ad una azione di forte delegittimazione della scuola pubblica e del sistema formativo in generale, non riescono neanche ad indignarsi di fronte a colossali conflitti di interesse o davanti a palesi ingiustizie che sottendono assoluta mancanza di valori e di punti di riferimento, ma neanche davanti alla carica di aggressività che questa società si porta dietro.

In TV, in politica, nel mondo del lavoro, si assiste al trionfo della ingiustizia, della falsità, della millanteria, del “non merito” : galeotti che presentano in TV, truffatori che scrivono libri di successo, fiancheggiatori conclamati di camorra e mafia che, travestiti da politici, continuano serenamente a occupare gli scranni delle istituzioni. Ma anche libertà acquisite in anni di lotte civili che in poco tempo sono state buttate al macero, palesi violazioni della democrazia che passano senza che nessuno dica niente. La generazione Q - e i loro genitori anche, ma in forme diverse - sembra accettare tutto, sopraffatta forse dai problemi contingenti come quello della occupazione che non c’è, ma anche da uno stato di annichilimento generale che sembra colpire trasversalmente la nostra società.

Sembra, la nostra, una società a due strati: da una parte quella degli annichiliti, appunto, dall’altra la società delle “facce toste”, dei personaggi che a tutti i livelli hanno la certezza  di rimanere impuniti. Potremmo compilare un lungo elenco di personaggi che, invece di andarsi a nascondere per la vergogna, per aver squalificato istituzioni e aziende di grande prestigio, o addirittura per essere finiti agli arresti con l’accusa di truffa, approfittano dell’evento per avere maggiore pubblicità e maggiori guadagni. Questo lo possono fare per un semplice motivo:  la gente, i giovani in prima linea, non si indigna più. Tutto pare consentito e nessuno  dice più niente.

Possiamo dire che questa evidente  incapacità di sdegno è sicuramente figlia di un individualismo esasperato, o, come pare evidente, anche di una mancanza di cultura tout court. Sono, siamo diventati tutti sordi, egoisti, indifferenti, pronti a tutto, incapaci di spostare di un passo la nostra azione se la cosa non ci tocca direttamente, ignavi, ignari per ciò che succede, immobili di fronte a tutto. Un po’ come quei frettolosi viaggiatori che pochi giorni fa, all’interno della stazione di Roma Anagnina, hanno schivato il corpo della povera infermiera rumena colpita dal pugno di una bestia,  facendo finta di non vedere per non doversi fermare a prestare soccorso.

Una incapacità a riflettere e a trarre conseguenze su ciò che succede, una grande inabilità generalizzata a provare le emozioni, prima fra tutte quella della indignazione. Del resto questa emozione è anche figlia della conoscenza, della partecipazione, parente stretta della voglia di crescere in un mondo in cui devono esistere delle regole, materiali e morali. Ma purtroppo non siamo a questo e sempre più, anche nelle piccole cose, siamo costretti a constatarlo. Lo si nota dalla vacuità con cui accogliamo l’eco delle vicende di tutti i giorni; magari vicende che dovrebbero in molti casi rivoluzionare le nostre coscienze, o almeno porci degli interrogativi; accogliamo tutto con indifferenza, sia i fatti importanti sia quelli relativamente modesti. A meno che non tocchino il nostro micro mondo. Questo è il punto cui siamo arrivati. Questo il mondo che stiamo consegnando alla generazione Q…

La sensazione è che al popolo dei precari, alla categoria dei senza diritti e senza speranze, in definitiva ai giovani, di tutto questo teatrino non importi assolutamente niente. Probabilmente se chiedete a cento ventenni o trentenni cosa pensano del caso Ruby o quale idea si sono fatti circa il federalismo, novantanove di questi vi guarderanno con la faccia comprensiva di chi pensa di trovarsi davanti ad uno un po’ bislacco e nel migliore dei casi dimostreranno indifferenza. La stessa indifferenza che mostrano per tutto ciò che non rappresenta percorsi da intraprendere individualmente.

C’è un rimedio a questo rimescolamento? A questo sovvertimento di valori e organizzazioni consolidate? La globalizzazione, come fenomeno legato alle nuove tecnologie e alla facilità di comunicazione ci ha portato in questa situazione, ma ci troviamo a chiederci spesso se il meccanismo è o non è irreversibile. Quel che è certo è che per combattere questa ineluttabilità, per contrastarla, per modificarla, c' è bisogno innanzitutto di non lasciarsi trascinare nel gorgo dell’apatia e c’è, soprattutto, la necessità di “rifugiarsi” nella cultura e nella istruzione. Perché solo uomini colti ed istruiti potranno mantenere quella libertà necessaria a fronteggiare i grandi cambiamenti senza restarne travolti. Se cominciassi
mo da qui sarebbe già gran cosa.

 

 

L'infermiera rumena alla
stazione di Roma Anagnina

fotografia tratta dal sito  AP.COM