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  novembre 2010                                          
                                               
 

Punto di non ritorno

di Alessandro Turchi

 

Stiamo vivendo in un Paese in cui il tessuto sociale è sempre più sfilacciato, in cui il senso dell’unità sembra sempre più un inutile orpello, in cui parole come solidarietà, collaborazione, bene collettivo, sono ormai illustri sconosciute. Una grande deriva sociale ci sta attanagliando, con la caduta delle certezze che avevano accompagnato il boom economico e la crescita civile dell’Italia, con la liquefazione dello stato sociale, del welfare state, del posto fisso, dei piccoli e grandi punti di riferimento dei padri e dei nonni. Una crisi sociale che si coniuga tristemente con quella economica: una crisi forte che sembra non terminare mai; centinaia di migliaia di posti di lavoro persi, centinaia di migliaia di persone in cassa integrazione, milioni di giovani che vedono sempre più allontanarsi il momento di entrare in questa società, fatta di stipendi da portare a casa, di lavoro dignitoso, di possibilità di organizzare una famiglia, una vita. L’Italia, a differenza del resto dell’Europa, ha tassi di crescita bassissimi. Figurarsi poi in confronto con gli USA o, addirittura, con le nuove potenze economiche come Cina, India, Corea.

A fronte di questa situazione catastrofica per la nostra Nazione stiamo assistendo, a livello politico, alla incapacità collettiva di trovare soluzioni, di programmare interventi, di organizzare una sorta di resistenza a questo che sembra essere un declino inesorabile. Anzi, le soluzioni sembrano sconclusionate, forse schizofreniche. C’è il tentativo, spesso, di minimizzare lo stato delle cose, anche con metodologie oseremmo dire censorie. La TV generalista, dispensatrice di informazioni per la maggioranza di italiani, quasi sempre parla di altro, quasi sempre utilizza quelle che sono state definite “armi di distrazione di massa”. Le grandi storie per far appassionare, da Cogne ad Avetrana, da Ruby alla casa di Montecarlo; le trasmissioni spazzatura, i Reality, le polemiche di uomini politici solo interessati a salvarsi dalla galera; la neolingua del regime, definita da Vertecchi come comunicazione fatta di poche parole strillate. Del resto Benedetto Vertecchi parla di “analfabetismo funzionale” e ricorda che le società autoritarie basano il consenso proprio sul basso livello di conoscenza della lingua.

Insomma, un quadro fosco, inequivocabilmente poco ottimista. Un quadro cui un ceto politico degno di una Nazione civile dovrebbe rispondere. Una  pubblica opinione minimamente attenta dovrebbe pretendere strategie, interventi, programmazione per i prossimi venti o più anni. C’è da assicurare un futuro ai nostri figli, ai nostri nipoti…

Ma a queste istanze, che peraltro poco si avvertono in un’opinione pubblica distratta, come detto, e ripiegata sui problemi personali, chi attualmente sta governando risponde con le spallucce e, soprattutto, mettendo in atto una strategia di segno opposto. Una società come la nostra, che ha la necessità di risollevarsi, di innalzare il tasso di istruzione, di formare menti aperte e pronte a raccogliere le sfide della innovazione, non può permettersi di non investire massicciamente nella formazione, nella scuola pubblica, nella innovazione, nella ricerca. La spesa complessiva in Ricerca e Sviluppo, invece, calcolata in percentuale sul Pil, in Italia è ben al di sotto della media dell’Unione Europea: l’1,18 per cento da noi nel 2008, contro il 2,02 per cento della Francia, il 2,53 per cento della Germania, l’1,88 per cento della Gran Bretagna. Le nostre Università sono praticamente assenti da tutte le principali classifiche degli atenei mondiali di alto livello. Per esempio il Times Higher Education Supplement (Thes) riporta le sole Bologna e La Sapienza tra le prime duecento università del mondo, rispettivamente al 174mo e al 190mo posto. Non parliamo in questa sede della situazione della scuola pubblica, oggetto, se qualcuno non se ne fosse accorto, di qualcosa come 8 miliardi di tagli, che di fatto impediscono il raggiungimento o anche solo l’avvicinamento agli obiettivi di Lisbona in merito alla riduzione della dispersione scolastica.

E allora? Come si pensa di rimettere l’Italia in sesto e rallentare almeno questo inesorabile declino? Tagliando ulteriormente possibilità di formazione e sviluppo per i nostri giovani? In questa epoca di globalizzazione, di comunicazione veloce e di scambi rapidi di merci e idee, forse dovremmo attrezzarci per importare qualche politico di razza da altre nazioni. Magari riesce dove i Calderoli, le Brambilla, i Previti e i Mastella hanno clamorosamente fallito!

 

 

Sull'orlo di un precipizio