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  gennaio 2011                                          
                                           
 

Necessità del punto nave

di Alessandro Turchi


In linguaggio nautico fare il punto nave significa effettuare le verifiche necessarie per conoscere la reale posizione di una imbarcazione. Nel nostro caso ci riferiamo invece alla necessità di fare il punto della situazione, di soffermarsi un attimo a riflettere in generale sulla realtà attuale.
Certe volte c’è la necessità di farlo, per non perdere la rotta. In certi momenti, oggi più di prima, appare evidente l’esigenza di mettere dei punti fermi, per non rischiare di naufragare in un mare di spazzatura. Chi siamo, dove andiamo? Sempre più, ad intervalli regolari, ci viene da chiederlo allo specchio che la mattina ci aspetta. E non sono domande retoriche. Il mondo in pochi anni ce lo siamo visto trasformare completamente attorno a noi. Chi in questi giorni ha visto o ascoltato le discussioni fiorite attorno alla vicenda Fiat Mirafiori ha capito definitivamente che è terminata un’epoca, quella della certezza dei diritti, ma anche quella della certezza di una sorta di tentativo di equità sociale che aveva contraddistinto l’ultimo cinquantennio della vita sociale italiana. E gli italiani oggi si dividono in due grandi categorie: quelli che hanno vissuto quell’epoca fatta di posti fissi, di rivendicazioni salariali, di assemblee, di scioperi e di malattie pagate e tutti quelli che questa epoca non l’hanno vissuta e che forse poco la conoscono. Questa seconda categoria oggi non è ancora maggioritaria ma si sta allargando a vista d’occhio e, soprattutto, di essa fanno sicuramente parte le nuove generazioni, dai giovanissimi fino a chi sfiora ormai i quaranta anni: chi è nato dalla metà degli anni settanta in poi entra di diritto in questo secondo gruppo.

E a queste due grandi classi corrispondono due modi di essere e di fare completamente diversi, stili di vita diametralmente opposti, aspettative e speranze per il futuro decisamente dissimili. Con la prima categoria caratterizzata da una sorta di illusione permanente: che si possa ancora cambiare lo stato delle cose, che si possa ancora rivendicare, scioperare, protestare. I componenti di questa classe vivono magari ancora nell’illusione che certi atteggiamenti autoritari e demagogici del potere siano letti da tutti e combattuti. Ha ancora l’idea che ci si possa indignare di fronte alla negazione di un diritto, alla prevaricazione, di fronte a palesi atteggiamenti antidemocratici. La seconda categoria, quella che potremmo definire dei precari, è caratterizzata, appunto, dal senso di instabilità totale: il lavoro come un qualcosa da conquistarsi ogni mattina; i diritti come un lusso; lo stato sociale sempre più come un concetto astratto; l’etica come una sovrastruttura. Da qua la totale impermeabilità di fronte a tutto quello che non tocca direttamente se stessi, i propri problemi, le proprie speranze. Una impermeabilità che li porta lontani dalle istanze collettive per cercare rifugio spesso nella scappatoia privata della propria vita. Il governo c’è? Non c’è? Governa o pensa ai problemi del premier? La Gelmini sta riformando la scuola o la sta affossando? Bondi è un degno ministro della cultura o la cultura non è mai finita così in basso? E l’opposizione? Contrasta degnamente l’azione di questo Governo o semplicemente vivacchia e perpetua se stessa? Ci salverà Vendola o dovremo sperare nel rottamatore Renzi?

La sensazione è che al popolo dei precari, alla categoria dei senza diritti e senza speranze, in definitiva ai giovani, di tutto questo teatrino non importi assolutamente niente. Probabilmente se chiedete a cento ventenni o trentenni cosa pensano del caso Ruby o quale idea si sono fatti circa il federalismo, novantanove di questi vi guarderanno con la faccia comprensiva di chi pensa di trovarsi davanti ad uno un po’ bislacco e nel migliore dei casi dimostreranno indifferenza. La stessa indifferenza che mostrano per tutto ciò che non rappresenta percorsi da intraprendere individualmente.

C’è un rimedio a questo rimescolamento? A questo sovvertimento di valori e organizzazioni consolidate? La globalizzazione, come fenomeno legato alle nuove tecnologie e alla facilità di comunicazione ci ha portato in questa situazione, ma ci troviamo a chiederci spesso se il meccanismo è o non è irreversibile. Quel che è certo è che per combattere questa ineluttabilità, per contrastarla, per modificarla, c' è bisogno innanzitutto di non lasciarsi trascinare nel gorgo dell’apatia e c’è, soprattutto, la necessità di “rifugiarsi” nella cultura e nella istruzione. Perché solo uomini colti ed istruiti potranno mantenere quella libertà necessaria a fronteggiare i grandi cambiamenti senza restarne travolti. Se cominciassi
mo da qui sarebbe già gran cosa.