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Necessità del punto nave
di Alessandro Turchi
In linguaggio nautico fare il punto nave significa effettuare
le verifiche necessarie per conoscere la reale posizione di una
imbarcazione. Nel nostro caso ci riferiamo invece alla necessità di fare il
punto della situazione, di soffermarsi un attimo a riflettere in generale
sulla realtà attuale.
Certe volte c’è la necessità di farlo, per non perdere la rotta. In certi
momenti, oggi più di prima, appare evidente l’esigenza di mettere dei punti
fermi, per non rischiare di naufragare in un mare di spazzatura. Chi siamo,
dove andiamo? Sempre più, ad intervalli regolari, ci viene da chiederlo allo
specchio che la mattina ci aspetta. E non sono domande retoriche. Il mondo
in pochi anni ce lo siamo visto trasformare completamente attorno a noi. Chi
in questi giorni ha visto o ascoltato le discussioni fiorite attorno alla
vicenda Fiat Mirafiori ha capito definitivamente che è terminata un’epoca,
quella della certezza dei diritti, ma anche quella della certezza di una
sorta di tentativo di equità sociale che aveva contraddistinto l’ultimo
cinquantennio della vita sociale italiana. E gli italiani oggi si dividono
in due grandi categorie: quelli che hanno vissuto quell’epoca fatta di posti
fissi, di rivendicazioni salariali, di assemblee, di scioperi e di malattie
pagate e tutti quelli che questa epoca non l’hanno vissuta e che forse poco
la conoscono. Questa seconda categoria oggi non è ancora maggioritaria ma si
sta allargando a vista d’occhio e, soprattutto, di essa fanno sicuramente
parte le nuove generazioni, dai giovanissimi fino a chi sfiora ormai i
quaranta anni: chi è nato dalla metà degli anni settanta in poi entra di
diritto in questo secondo gruppo.
E a queste due grandi classi corrispondono due modi di essere e di fare
completamente diversi, stili di vita diametralmente opposti, aspettative e
speranze per il futuro decisamente dissimili.
Con la prima categoria caratterizzata da una sorta di illusione permanente:
che si possa ancora cambiare lo stato delle cose, che si possa ancora
rivendicare, scioperare, protestare. I componenti di questa classe vivono
magari ancora nell’illusione che certi atteggiamenti autoritari e demagogici
del potere siano letti da tutti e combattuti. Ha ancora l’idea che ci si
possa indignare di fronte alla negazione di un diritto, alla prevaricazione,
di fronte a palesi atteggiamenti antidemocratici. La seconda categoria,
quella che potremmo definire dei precari, è caratterizzata, appunto, dal
senso di instabilità totale: il lavoro come un qualcosa da conquistarsi ogni
mattina; i diritti come un lusso; lo stato sociale sempre più come un
concetto astratto; l’etica come una sovrastruttura. Da qua la totale
impermeabilità di fronte a tutto quello che non tocca direttamente se
stessi, i propri problemi, le proprie speranze. Una impermeabilità che li
porta lontani dalle istanze collettive per cercare rifugio spesso nella
scappatoia privata della propria vita. Il governo c’è? Non c’è? Governa o
pensa ai problemi del premier? La Gelmini sta riformando la scuola o la sta
affossando? Bondi è un degno ministro della cultura o la cultura non è mai
finita così in basso? E l’opposizione? Contrasta degnamente l’azione di
questo Governo o semplicemente vivacchia e perpetua se stessa? Ci salverà
Vendola o dovremo sperare nel rottamatore Renzi?
La sensazione è che al popolo dei precari, alla categoria dei senza diritti
e senza speranze, in definitiva ai giovani, di tutto questo teatrino non
importi assolutamente niente.
Probabilmente se chiedete a cento ventenni o trentenni cosa pensano del caso
Ruby o quale idea si sono fatti circa il federalismo, novantanove di questi
vi guarderanno con la faccia comprensiva di chi pensa di trovarsi davanti ad
uno un po’ bislacco e nel migliore dei casi dimostreranno indifferenza. La
stessa indifferenza che mostrano per tutto ciò che non rappresenta percorsi
da intraprendere individualmente.
C’è un rimedio a questo rimescolamento? A questo sovvertimento di valori e
organizzazioni consolidate?
La globalizzazione, come fenomeno legato alle nuove tecnologie e alla
facilità di comunicazione ci ha portato in questa situazione, ma ci troviamo
a chiederci spesso se il meccanismo è o non è irreversibile. Quel che è
certo è che per combattere questa ineluttabilità, per contrastarla, per
modificarla, c' è bisogno innanzitutto di non lasciarsi trascinare nel gorgo
dell’apatia e c’è, soprattutto, la necessità di “rifugiarsi” nella cultura e
nella istruzione. Perché solo uomini colti ed istruiti potranno mantenere
quella libertà necessaria a fronteggiare i grandi cambiamenti senza restarne
travolti. Se cominciassimo
da qui sarebbe già gran cosa. |
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