home

 
 
 
  dicembre 2010                                          
                                               
 

2010, vedere il futuro dalla parte dei giovani perdenti

di Alessandro Turchi

Non è facile metterei dalla parte dei perdenti. Infatti, ripercorrendo un famoso romanzo autobiografico di Davide Lajolo, “Veder l'erba dalle parti della radici”, con cui lo scrittore  astigiano vinse il premio Premio Viareggio nel 1977, viene voglia di mettersi per pochi istanti nei panni di un giovane meridionale in questa fine del primo decennio dei mitici anni duemila. Lajolo, nel suo romanzo, raccontava il suo breve viaggio, iniziato con un infarto, fra la morte e la vita, e raccontava cosa si prova  a scendere negli inferi e a rientrare. Noi per un attimo, come detto, proviamo invece a vedere cosa vuol dire vivere dalla parte di un giovane perdente dei giorni nostri. Cosa si prova di fronte, innanzitutto, alla difficoltà, per non dire impossibilità, di trovare una occupazione solida, che dia prospettive di disegnarsi addosso un futuro decente: meritocrazia zero o quasi, persone che vogliano investire sui giovani zero o quasi; provvedimenti e leggi che sappiano guardare al futuro zero o quasi.

La demotivazione, primaria reazione dei nostri giovani. Chi lavora nelle scuole superiori e tutti i giorni ha a che fare con i ragazzi e le ragazze che frequentano le aule sa bene, specie se si trova in un istituto tecnico o professionale e specie se ha a che fare con studenti non “figli di papà”, cosa significhi scontrarsi con la loro demotivazione, con la loro apatia totale, spesso con l’idea fatta persona di vacuità. Dopo la scuola superiore, un nuovo niente davanti. Per qualcuno magari l’università, per poter trascorrere ancora un po’ di anni senza dover pensare troppo al dopo, per altri il niente subito. Per molti è stata coniata proprio la definizione di “generazione né né”, nel senso di una parte abbondante di una generazione che nè studia né lavora… semplicemente sopravvive.

I giovani che tentano di affacciarsi al mondo del lavoro trovano poi il niente assoluto. Se non si ha la possibilità di continuare l’attività dei genitori, siano essi professionisti o commercianti, se non si hanno conoscenze di famiglia “importanti”, se non si ha niente da dare in cambio, in termini di voti elettorali o, tout court, soldi, si può tranquillamente dichiarare fallimento: si spalanca il baratro del precariato permanente, spesso di basso livello. Facciamo degli esempi: lavorare una nottata intera in un bar o in un pub della movida salernitana, ad esempio, rigorosamente in nero, significa intascare al massimo trenta, trentacinque euro. Fare i commessi e le commesse in un esercizio commerciale per intere giornate, magari anche di domenica, può voler dire guadagnare (sempre in nero) cifre fra i quattrocento e i seicento euro al mese. Lavorare in un call center intere giornate può voler dire introitare fra i trecento ed i quattrocento euro.  Potremmo continuare ma ce n’è quanto basta per rendersi conto che nessuna di queste attività può permettere la tranquillità o la sicurezza per poter mettere su famiglia, per poter mettere su casa, per poter decidere di avere un figlio.

Nel meridione, in una città come Salerno, non esistono di fatto industrie, non esiste un terziario avanzato, non esistono prospettive di alcun genere che diano garanzie di occupazione ai nostri giovani. E questi ragazzi non possono certamente sperare nella politica e per questo della politica se ne fregano altamente. Sono ridicoli coloro i quali cercano spiegazioni psicologiche sul perché i giovani sono lontani dal mondo della politica: sono lontani perché la politica non se ne frega niente di loro,a loro volta, se ne “sbattono” di tutto ciò che assomiglia alla politica. Un governo nazionale che sembra impegnato in tutto fuori che in una politica di costruzione di un futuro decente. Un governo che non governa, da anni, e che anzi disinveste proprio in quei settori che un minimo di futuro potrebbero farlo intravedere, la scuola, l’università, la ricerca. 

Continuando a stare dalla parte dei giovani, a vedere le cose con i loro occhi, come potremmo appassionarci al tema delle alleanze di maggioranza? Come potremmo minimamente interessarci se la perennemente ondivaga UDC si avvicinerà o meno a Berlusconi o se il PD deve o non deve fare le primarie? O cosa ce ne potrebbe importare della passeggiata del sindaco birichino Renzi ad Arcore? Un futuro decente per questi ragazzi e per queste ragazze è lontano, molto lontano, troppo lontano, forse irraggiungibile. Stiamo assistendo alla distruzione di una intera generazione. E’ forse il caso di cominciare  a prevedere qualche occasione nuova per questi giovani, è forse il caso di mettere da parte quell’egoismo e quell’individualismo becero che sempre più sembrano contrassegnare la nostra (nel senso di Italia soprattutto) epoca.

Vedere le cose dalla parte dei giovani dovrebbe essere un esercizio quotidiano di tutti, dei politici innanzitutto, di chi ha a che fare con loro ma anche di chi vuole il bene di questa nazione che un giorno, forse, sarà costretta ad importare una classe dirigente dall’estero, dato che la nostra del futuro la stiamo sterminando oggi.